Papà
Paolo Ursaia
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Ti saluto, padre;
ormai
separati sono i passi,
ma siamo sempre insieme
nel riverbero triste
degli spazi vuoti
ove non crescono che erbacce
illuminate dai lampioni.
Vorrei presentarti a lei,
il mio amore,
nel cui calore vivo
riconosco le tue sfumature;
m'insegnasti
che il grande atto isolato
è pregio di molti,
ma di pochi è il gesto quotidiano
che rende dolce il sapore della vita...
non capì la tua donna,
era per lei scontato il fiore,
superfluo il "ti amo".
Non capì mia madre
fino a quando
tutto fuggì via,
acqua tra le dita;
ricordo nei tuoi occhi
la sconfinata amarezza
nel vedere amore ed attenzioni
bruciate nel gelido razionale
avaro di gesti e parole
pieno di vuoto orgoglio
di sciatta disattenzione:
ti ferì, senza nemmeno saperlo.
Ma sei migliore di me,
non conservi rancore;
e quello che ho di buono
è nel tuo esempio, profumato d'amore.
©
Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
L'autore
Paolo Ursaia
Romano, classe 62, medico anestesista rianimatore. Rimasto orfano di padre molto presto, e molto presto costretto a guardare la realtà con occhi disincantati, attraversa la vita come un osservatore spesso muto e distaccato, non condividendo molti dei miti attualmente in auge. Impegnato nel sociale vero, vi agisce con
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