Monologo della coscienza
Arranco,
graffiando gli attimi occulti del tempo
fuggente su nembi temporaleschi,
lungo il calle roccioso dell'inferno.
Cado
su guanciali spinosi
con le sudate mani tese verso un oceano di pece,
ove i gabbiani, sfiorati da lacrime tacite e pietose,
non sanno volare.
Il miraggio onirico, sostanza eccelsa
del segreto spirituale,
quieta l'essere pavido che
trastulla tra le braccia dell'innocenza.
Scintille di rimembranze accozzate
riscaldano i viventi delle città scomparse,
nella foschia austera della solitudine morbosa.
La calura ustiona le anime disperse
in una landa di urli silenziosi.
Le fiamme non abbagliano, ma pungenti
si ineriscono al tremendo destino.
Sono il sentimento
di vizi e virtù,
gioia e sconforto,
verità ed errore.
Sono la regina dei cuori, soffocati
da alcolica mestizia.
Sono la lanterna di fede nella vita,
sottesa allo sguardo confuso.
Sono una goccia di bellezza
che irrora la terra,
arsa dalla frode che veste di amore.
Gli esistenti hanno il timore di sognare,
di fecondare il presente con l'immaginazione,
di irrigare il futuro con la luce della verità.
Vivono, correndo, angosciati,
come tram su vari fronti senza frontiere,
scontrandosi, in una notte senza tramonto,
nutriti dai tumulti oscuri del giorno.
Hai mai visto un mare in bonaccia,
immobile come fanciulla dolente
sulla scogliera che argina le onde schiumose
o un giglio germogliare da una duna novembrina?
A novembre solo le fredde lapidi sono cinte di fiori.
Cercavo la felicità
in ogni spazio,
in ogni spirito obliato
nella prigione del piacere imperfetto.
Ballavo su aquiloni agitati dal vento tiepido
che scioglie la neve della cruda sordità.
Corro verso il regno di Morte.
Mi chiamano Coscienza, ma
son sapienza,
son temperanza,
son coraggio,
son ciò che ognun diserta!
Vedo i tuoi occhi lividi.
Vedo le tue mani, luride del sangue della speranza.
All'aere piangente affido il mio ultimo sospiro,
o mondo,
o mio assassino!
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