Venticinque dicembre
Saverio Chiti
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Nacqui ch’era quasi fine dicembre
di un anno che fu inizio, e mai fine...
Venni alla luce laddove il confine tra la povertà e la disperazione
era solo un’effimera lama di luce,
e mentre per la mamma non ci fu compassione
mai mancarono le preghiere del babbo
dall’alto del suo prostrarsi,
finché finalmente l’antro di una stalla
con un bue e un asinello, ebbe in dono.
Tanta fu per noi la compagnia degli animali
quanto lo fu il biasimo per gli stolti uomini.
Nacqui quella notte buia, illuminata solo da una stella ch’era vera luce
e un biancheggiare di fiocchi di neve, a coprire le aride zolle.
Mai però fu d’immensità a nessun preclusa
quella notte di meraviglia,
poiché laddove nasceva un bimbo, or viveva una famiglia.
Tutto era deciso, così come il viandante gregge che d’amore si mosse
ad accompagnare quella splendente stella
come fosse guida verso la meta poco distante,
giusto incontro d’anime disperse dal ventoso oblio
ma d’acqua di vita, dissetante fontanella.
Nacqui ch’era quasi fine dicembre
e da allora tutto si ripete
come in cantico di vita che mai verrà meno
all’iniquo e all’onesto, al ricco occulto e al povero manifesto
perché nessuno sarà escluso dal mio essere figlio e Messia
per chi in me ancora crede e la salvezza vede
attraverso la nascita di un misero bimbo
dentro una grotta spoglia.
©
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L'autore
Saverio Chiti
“ Gli uomini stolti si perdono ai confini della ragione, e spesso è nella follia, che trovano rifugio “ non so se faccio parte dei primi, e quindi ancor oggi vivo la mia ragione d'essere, oppure il mio Essere trova rifugio nella pacata follia del domani... nel dubbio, mi cibo d'ogni essenza... amo riflettere ad
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