Il tacchino
Era dicembre lassù nell’ Appennino
tra nebbie, brume e neve appena scesa
Giocava a tressette un tacchino
con il padron dell’ aia: il contadino
Smazzava il primo il suo ben ventaglio
di fronte rispondeva il bifolco
e tra sorrisi, gesti e ammiccamenti
giocavano felici e contenti
sull’aia musi lunghi e rabbiosi
se ne stavano in disparte infreddoliti
il maiale, il cappone e la gallina
coscienti della fine peregrina
dietro vetri appannati dal tepore
e tra li lampi del focolare acceso
rideva e sghignazzava il tacchino
rassicurato, dalla parola data, promessa dal pacioso contadino
chi vincerà l’ultima mano a carte
faremo a lui una “bella festa”
-diceva a voce alta il bifolco-
ma chi perderà non avrà penitenze
ma siederà con noi tra le pietanze
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Commenti (1)
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Marinella Fois30 dicembre 2016
Questa lirica mi ricorda la vecchia fattoria... e qui scappa un sorriso... e il vecchio tacchino, che brutta fine! avrebbe dovuto imparare a giocare a carte... Elogio al poeta per il suo verseggiare.
