Monologo con Leopardi

In un sogno, camminavo
in quel viale che da Piedigrotta
va verso il suo cimitero,
nel cader del sole i fitti cipressi
alternavano luce e nero
che rallentava i miei passi.
La sera era scesa sulla deserta via
quando da lato un’antica figura
mi dice “amico fammi compagnia
cammina con me senza paura.”
Oh, Giacomo sei tu? È un piacere
camminar e parlar
con te compagno di sventura.
Conosco bene
il tuo passato e la tua storia,
ricordo le tue sofferte pene
son tutte nella mia memoria.
Ricordo bene Silvia la tua bambina
di cui t’eri innamorato
ella cominciava ad esser signorina
ma te la tolse il suo triste fato.
E davanti al tuo Infinito si ripiega
in tremuli scricchi il mio pensiero
per l’immenso tuo capolavoro.
E mi viene in mente quella siepe
che tanta parte limitava il tuo guardar
e con meraviglia il tuo immaginar
spazi interminati oltre quel piccolo spazio
in quel silenzio comparato al vento
e commensurato al tempo
ch’era il tuo piccolo, immenso mondo.
Diverso è il mio mondo
presagio fu il tuo scagliarti contro il Progresso
ché ovunque ora lo sguardo possa
dischiudersi oltre quella siepe
l’infinito è rimasto
fugace soltanto negli occhi
innocenti di un bambino
e nel sorriso di una mamma
che lo porta al seno.
Il progresso nella medicina, nella fisica
nella chimica, nell’automazione, nella robotica
che tu uomo d’altri tempi non potresti capire
nel suo vento d’illusione
ha portato a questo mondo fallito,
a questa storia meschina
a quest’epoca mancata
con sulle spalle carichi gravi
in un burrascoso mar naufraghiamo,
sepolti da massicce travi
e non si cerca una diversa via
viviamo in perenne agonia.
Oh, pastore errante dell’Asia!
Anch’io mi chiedo
se il non essere
sia dell’essere migliore
ché per quel ch’io vedo
ogni vita è dolore.
E tu ingenuo Islandese!
Prima bella, generosa e benefica
poi matrigna e malefica
dopo il tuo dialogo, la natura,
che ti rispose d’esser interessata
solo a perpetuare
una vita di sofferenza e dolore,
oh, quant’è eguale il pensar tuo al mio!
Anch’io vedo che dietro la sua bellezza
quand’è buona, si nasconde come matrigna
che estirpa tenere radici spazzando
via con furia cieca i suoi figli
con la stessa acqua con cui li ha dissetati
la stessa terra con cui li ha sfamati
lo stesso vento con cui li ha carezzati
senza contare tsunami e terremoti.
Osservando la natura in modo profondo
vedo il trionfo
della ferocia e della violenza
del predator che il predato
sempre mangia.
L’uomo ed ogni essere vivente
combatte una lotta mortale
contro ogni concorrente,
gli toglie spazio, aria, luce, cibo, acqua,
lo scaccia, elimina, mangia.
Sia il mondo vegetale
che il regno umano e dell’animale
si realizzano nella quotidiana sopraffazione,
nella cruenta battaglia per la propria specie
per la sua conservazione.
Nella vita l’uomo può godere
soltanto di piaceri finiti
mentre la sua natura aspira a piaceri infiniti
è quindi condannato a perenne inquietudine
ad un senso implacabile di insoddisfazione
e su questo hai completamente ragione.
Ma ho anche presente la tua contraddizione
nella tua cieca convinzione
che l’essere umano non sa nulla, è il nulla
e che dopo la morte non c’è nulla.
-Ergo io non so, ma della morte tutto so-
Questa tua contraddizione
è come la fede cieca in ogni religione.
Io avrei lasciato libero il pensiero
uno ci crede o non ci crede
a questo dio che non si vede.
È lecito credere
che l’anima al cielo ascende
tanto la verità è un segreto
che porta con sé il morente.
Ma certamente sgomenta
senza di un dio l’essenza
l’ingiusta equivalenza
l’eterno azzeramento
senza risarcimento
tra ladro e derubato,
tra boia e assassinato,
dell’umana stagione
l’iniqua conclusione.
Il viale già era terminato
appena dopo l’ultimo cipresso
dice: “Fermati qui, sono arrivato,
ora noi ci lasciamo perché adesso
torno ala mia tomba ove non hai accesso”.
Spinge il cancello che cigolando stride
e chiede: “Ma tu chi sei?”
Mi guarda con tristezza poi sorride
e da quel cancello chiuso lancia un fiore.
Sono la parte tua, quella migliore
ormai passata che non tornerà più
io sono la tua triste vita e gioventù.
Sai, anch’io quando la gioventù salivo
pieno di speranze e d’illusioni col cuor giulivo
amavo le tue poesie
ma il tuo pensiero ancor non capivo.
Poi nell’avanzare lesto dei miei anni
cominciai a capir la vita
la sua tristezza, i suoi affanni.
A volte per pene d’amor
in questo mondo ove prevale
solo la bellezza e non il reale
io non bello e respinto ho pensato
di farla finita
ma non come Saffo ho avuto
il coraggio a togliermi la vita.
Ora che son vecchio
ho aperto gli occhi e vedo
ch’è uguale al mio il tuo grido
e in disparte come il tuo
passero solitario Giacomo,
alla non vita canto
finché non muore il giorno.
Ho messo le ali e son pronto
al volo senza ritorno.
Cadrò come d’autunno morta foglia
che or che di vita, il capir suo comprende,
non guarda il suo ramo che più non la riprende.
E poi... tacerà il tutto
quando l’ora tinge
il domani di infiniti silenzi
dinanzi ad un monologo
di rami come me, fuggitivi
ed al muto vociare dei vivi.
E noi mai più ci incontreremo
fra quelle tombe sbiadite
ove sono i resti delle nostre vite, finite.
Ma il sogno ebbe un lieto fine
la mia tomba e la sua, vicine.
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