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Introspezione 6 ottobre 2024 · lettura 6 min · 549 letture

Monologo con Leopardi

Giuseppe Mauro Maschiella 739 poesie pubblicate
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In un sogno, camminavo in quel viale che da Piedigrotta va verso il suo cimitero, nel cader del sole i fitti cipressi alternavano luce e nero che rallentava i miei passi. La sera era scesa sulla deserta via quando da lato un’antica figura mi dice “amico fammi compagnia cammina con me senza paura.” Oh, Giacomo sei tu? È un piacere camminar e parlar con te compagno di sventura. Conosco bene il tuo passato e la tua storia, ricordo le tue sofferte pene son tutte nella mia memoria. Ricordo bene Silvia la tua bambina di cui t’eri innamorato ella cominciava ad esser signorina ma te la tolse il suo triste fato. E davanti al tuo Infinito si ripiega in tremuli scricchi il mio pensiero per l’immenso tuo capolavoro. E mi viene in mente quella siepe che tanta parte limitava il tuo guardar e con meraviglia il tuo immaginar spazi interminati oltre quel piccolo spazio in quel silenzio comparato al vento e commensurato al tempo ch’era il tuo piccolo, immenso mondo. Diverso è il mio mondo presagio fu il tuo scagliarti contro il Progresso ché ovunque ora lo sguardo possa dischiudersi oltre quella siepe l’infinito è rimasto fugace soltanto negli occhi innocenti di un bambino e nel sorriso di una mamma che lo porta al seno. Il progresso nella medicina, nella fisica nella chimica, nell’automazione, nella robotica che tu uomo d’altri tempi non potresti capire nel suo vento d’illusione ha portato a questo mondo fallito, a questa storia meschina a quest’epoca mancata con sulle spalle carichi gravi in un burrascoso mar naufraghiamo, sepolti da massicce travi e non si cerca una diversa via viviamo in perenne agonia. Oh, pastore errante dell’Asia! Anch’io mi chiedo se il non essere sia dell’essere migliore ché per quel ch’io vedo ogni vita è dolore. E tu ingenuo Islandese! Prima bella, generosa e benefica poi matrigna e malefica dopo il tuo dialogo, la natura, che ti rispose d’esser interessata solo a perpetuare una vita di sofferenza e dolore, oh, quant’è eguale il pensar tuo al mio! Anch’io vedo che dietro la sua bellezza quand’è buona, si nasconde come matrigna che estirpa tenere radici spazzando via con furia cieca i suoi figli con la stessa acqua con cui li ha dissetati la stessa terra con cui li ha sfamati lo stesso vento con cui li ha carezzati senza contare tsunami e terremoti. Osservando la natura in modo profondo vedo il trionfo della ferocia e della violenza del predator che il predato sempre mangia. L’uomo ed ogni essere vivente combatte una lotta mortale contro ogni concorrente, gli toglie spazio, aria, luce, cibo, acqua, lo scaccia, elimina, mangia. Sia il mondo vegetale che il regno umano e dell’animale si realizzano nella quotidiana sopraffazione, nella cruenta battaglia per la propria specie per la sua conservazione. Nella vita l’uomo può godere soltanto di piaceri finiti mentre la sua natura aspira a piaceri infiniti è quindi condannato a perenne inquietudine ad un senso implacabile di insoddisfazione e su questo hai completamente ragione. Ma ho anche presente la tua contraddizione nella tua cieca convinzione che l’essere umano non sa nulla, è il nulla e che dopo la morte non c’è nulla. -Ergo io non so, ma della morte tutto so- Questa tua contraddizione è come la fede cieca in ogni religione. Io avrei lasciato libero il pensiero uno ci crede o non ci crede a questo dio che non si vede. È lecito credere che l’anima al cielo ascende tanto la verità è un segreto che porta con sé il morente. Ma certamente sgomenta senza di un dio l’essenza l’ingiusta equivalenza l’eterno azzeramento senza risarcimento tra ladro e derubato, tra boia e assassinato, dell’umana stagione l’iniqua conclusione. Il viale già era terminato appena dopo l’ultimo cipresso dice: “Fermati qui, sono arrivato, ora noi ci lasciamo perché adesso torno ala mia tomba ove non hai accesso”. Spinge il cancello che cigolando stride e chiede: “Ma tu chi sei?” Mi guarda con tristezza poi sorride e da quel cancello chiuso lancia un fiore. Sono la parte tua, quella migliore ormai passata che non tornerà più io sono la tua triste vita e gioventù. Sai, anch’io quando la gioventù salivo pieno di speranze e d’illusioni col cuor giulivo amavo le tue poesie ma il tuo pensiero ancor non capivo. Poi nell’avanzare lesto dei miei anni cominciai a capir la vita la sua tristezza, i suoi affanni. A volte per pene d’amor in questo mondo ove prevale solo la bellezza e non il reale io non bello e respinto ho pensato di farla finita ma non come Saffo ho avuto il coraggio a togliermi la vita. Ora che son vecchio ho aperto gli occhi e vedo ch’è uguale al mio il tuo grido e in disparte come il tuo passero solitario Giacomo, alla non vita canto finché non muore il giorno. Ho messo le ali e son pronto al volo senza ritorno. Cadrò come d’autunno morta foglia che or che di vita, il capir suo comprende, non guarda il suo ramo che più non la riprende. E poi... tacerà il tutto quando l’ora tinge il domani di infiniti silenzi dinanzi ad un monologo di rami come me, fuggitivi ed al muto vociare dei vivi. E noi mai più ci incontreremo fra quelle tombe sbiadite ove sono i resti delle nostre vite, finite. Ma il sogno ebbe un lieto fine la mia tomba e la sua, vicine.
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Questo è il mio testamento poetico, scritto nel momento in cui più veloce avanza il mio male che non dà scampo.

L'autore
Giuseppe Mauro Maschiella

Ho iniziato nel 2014 e continuo il mio hobby di scrivere poesie. Generalmente la poesia di grandi poeti esalta la bellezza nelle sue varie forme: della donna, della natura, della creazione, ecc… esaltando cosi le illusioni. Il mio modo di fare poesia è diverso: anche io a volte esalto la bellezza, ma in quasi tutte le

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Le sensazioni lasciate dai lettori.


Una lirica molto lunga, bella e apprezzata. Un (Antonietta Angela Bianco)

caro saluto. (Antonietta Angela Bianco)

Bellissimo testo. (Ausilia Giordano)

Un abbraccio di speranza e di luce. (Alberto De Matteis)

per questo tuo intenso monologo. (Alberto De Matteis)

Commenti (4)

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Una bella sintesi dell’opera di Giacomo Leopardi vissuta in bellissimi versi a tratti nostalgici e malinconici ma sempre molto belli. Complimenti poeta!

Ausilia Giordano7 ottobre 2024

Iddio Grande sostenga le tue speranze. Nei Versi del testo si "legge" la tua sofferenza. La tua riflessione e la dolce conversazione con il poeta ti fanno grande (con differenza di gradi), insieme al gigante della poesia italiana e mondiale. Un testamento poetico, il tuo, incantevole. Dopo un’attenta lettura, non si può leggere altro. Ci si deve tacere e riflettere. Complimenti!

Ausilia Giordano grazie per aver così pienamente apprezzato! In fondo la mia vita è stata altrettanto dolorosa come la sua, escludendo la mia situazione attuale di salute (un cancro del sangue che ha ripreso a viaggiare veloce in tutto il corpo). Ma questo ha acuito la mia sensibilità e l’osservazione attenta di tutto il creato che ci circonda, della vita e della morte, della bellezza che nasconde sempre una pena, dell’amore che i suoi denti, della passione che può esaltarci o distruggerci, della fede ... e sono arrivato allo stesso pensiero ed a ragionare come il grande Leopardi. Grazie di cuore!

Alberto De Matteis10 ottobre 2024

Mi unisco, in religioso silenzio e in umile preghiera, alle parole di speranza della poetessa Ausilia Giordano. Alla lettura di quello che l’autore Maschiella definisce testamento poetico, un brivido scorre dal cuore, che si trasforma in sentimento di grande empatia per le parole accorate e piene di dolore che emanano da un uomo che soffre nel corpo e nello spirito. In questa lirica d’una intensità sovrumana è il cuore che parla, che urla ed entra in sintonia con il grande Giacomo Leopardi e in lui si immedesima, diventando quasi un compagno di viaggio col quale confidarsi e chiedere aiuto. In questo viaggio introspettivo- monologo, scritto in un momento particolare, piace intravedere un barlume di speranza e una luce che si accende per te