Nido di voce antica
Antonietta Angela Bianco
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Sull’orlo quieto d’una collina,
dove il cielo si ferma e il tempo cammina,
Escalaplano riposa e respira
come un grembo di pietra che mai si ritira.
Le case, leggere, hanno l’anima stanca,
profumano ancora di cenere bianca.
Ogni vicolo è un filo di lana
che cuce il presente alla seta lontana.
Le Domus de Janas, scavate nel cuore,
sembrano bocche che sussurrano amore,
non parlano forte, ma basta star lì
per sentire la voce di chi non è più.
E accanto ai muretti, nell’ombra leggera,
le donne raccontano come una sera
poteva durare un’intera stagione,
quando il pane era dono e non solo razione.
Gli uomini, chini, con voce di legno,
parlano piano, non serve impegno.
Ogni parola è una moneta d’argento
che rotola piano sul tavolo al vento.
C’è chi ricorda un cavallo e un trattore,
chi una ballata imparata col cuore.
E intanto le rondini tagliano il cielo,
come pensieri in cerca di un velo.
La chiesa si staglia nel sole che cade,
è un faro di quiete tra pietre e contrade.
Non servono gesti, né grandi preghiere,
basta un respiro, che lì tutto cede.
Escalaplano non urla, ma dice,
con voce di madre, ferita e felice.
È un fazzoletto cucito a memoria,
con mani sincere, con dita di storia.
E chi l’abbandona la porta nel sangue,
come un canto che nasce quando il giorno si spegne.
Un posto così non si può dimenticare,
ti resta negli occhi, ti resta a guardare.
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Antonietta Angela Bianco
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