Bramosia che morde
Antonietta Angela Bianco
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Del desiderio io canto e non è pace,
ma un urlo bianco dentro la tempesta.
È la mancanza azzurra degli astri,
quella distanza che mi scava il petto
e mi costringe a mendicare il cielo.
Io sono un mare senza più la riva,
una ferita aperta sulla carta
che cerca il sale per sentirsi viva.
Non è soltanto carne che si annoda,
né quel sudore dolce degli amanti,
ma un’ambizione cieca di radici,
un voler essere foglia, vento e Dio.
È la nostalgia di ciò che non fu mai,
un’impazienza che mi morde i polsi
mentre attendo l’aurora tra le sbarre.
Desiderio è un pugnale di velluto,
la brama di un pensiero che m’incendi
e mi trasformi in polvere di stelle.
Canto la fame nuda di chi spera,
la cupidigia santa del poeta
che ruba il fuoco per scrivere un rigo.
Siamo tutti orfani di una luce,
viandanti persi in cerca di un segnale
e in questo vuoto che chiamiamo vita
il desiderio è l’unica ragione,
un ponte d’oro steso sull’abisso,
il folle volo verso l’infinito.
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L'autore
Antonietta Angela Bianco
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Commenti (2)
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Pierfrancesco Roberti15 marzo 2026
bellissima lirica versi profondi ed intensi che emozionano il cuore plauso
Ausilia Giordano15 marzo 2026
Nostalgia e passione si inseguono in questi versi colmi di espressioni di confessioni personalissime, quasi ad invocare ciò che manca: l’amore sensuale, che prende la mente e il cuore. E’ come quando il poeta rincorre le ispirazioni e le passioni per comporre versi appassionati. La quarta strofa volge i suoi versi all’umanità vista come vinta dalla sofferenza per la passione vera che in alcune persone manca. Complimenti alla poetessa.


