Discesa e risalita
Antonietta Angela Bianco
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Nel petto si spalanca una voragine muta
dove il giorno si spegne e non fa rumore,
l’inferno non urla, ma ti chiama e ti aiuta
a scendere scalzo sul tuo stesso dolore.
Le scale sono vene, pulsano di piombo,
ogni gradino un nome che hai sepolto invano;
l’ombra ti precede e ti porge il suo fondo,
specchio che non mente, freddo e sovrano.
Qui il tempo si torce come fumo di stoppa,
le colpe non pesano, eppure ti schiacciano,
parlano le crepe, sussurrano la goccia
che scava nel basalto dove i santi si abbracciano.
Non c’è fiamma che morde, solo un freddo lento
che ti spoglia di ciò che credevi essenziale;
resta la nervatura nuda dell’evento,
il midollo dell’io, fragile e verticale.
Poi un’alba sotterranea, un chiarore di sale,
ti sfiora la nuca come mano che perdona;
non cancella le impronte, non le fa sparire uguale,
ma le intesse di luce, ne fa corona.
Risali e porti l’ombra cucita alla pelle,
non più nemica, ma sorella che cammina;
il buio non è vinto, è solo meno ribelle,
abitabile ormai, come vecchia cucina.
L’inferno non finisce, si piega soltanto,
diventa il tuo passo che ormai sa la via;
tornerai a sorridere, ma con dentro un altro
silenzio che conosce la geografia.
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L'autore
Antonietta Angela Bianco
Commenti (1)
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Pierfrancesco Roberti14 giugno 2026
bellissima lirica versi intensi che salgono verso l’inferno emoziona il lettore complimenti

