Alle mie radici
Antonietta Angela Bianco
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Terra mia, e voi che la abitate nel profondo,
non vi scrivo per nostalgia,
ma per dare un nome a questo legame che ci stringe.
Se ogni appartenenza ha un suo punto di gravità,
il nostro è un equilibrio instabile tra ciò che mostriamo
e ciò che nascondiamo, una moneta che non smette mai
di ruotare tra l’orgoglio di esserci e la fatica di restare.
Vedo questa rincorsa a sembrare "altro",
questa fame di una modernità che ci calza stretta.
Ci affanniamo a conquistare una rispettabilità di facciata,
trasformando la nostra storia in una caccia alla volpe
dove chi non accelera è visto come una retrovia,
senza capire che la corsa stessa è un’illusione di chiarezza.
Siamo diventati camaleonti tra le pietre,
pronti a mutare colore per non ammettere
che la velocità di trasformazione umana,
dalla pietra alla tecnologia,
non ha poi cambiato il senso della nostra solitudine.
I saggi del momento e i giudici del quotidiano
si associano in un perbenismo di facciata,
tutti impegnati a imporre la propria piccola verità.
Sciorinate dottrine di sapienza popolare
come fossero vangeli per la salvezza del rione,
mentre il faro della coscienza collettiva
rischia di spegnersi sotto il peso dei piccoli egoismi che chiamiamo diritti.
A chi apparterrà l’ultima parola tra queste mura?
Quale verbo resterà nell’aria prima che tutto sia stato detto?
Non cerco soluzioni, compagni di viaggio.
Mi rimetto all’incertezza di questo domani sconosciuto,
alla nostra capacità di evolvere restando fermi.
Forse siamo come quegli atomi che, perdendo parti di sé,
raggiungono finalmente una forma di stabilità.
Mentre il mondo si interroga sulle Piramidi o sugli abissi degli oceani,
io resto ferma sul nostro mistero irrisolto,
perché siamo così pronti a odiare per un’idea
e così lenti a restare aggrappati alla verità?
È sottile la linea che distingue l’abitare un luogo dal diventarne parte.
Molti vogliono un vestito per ogni occasione,
una maschera per ogni festa
e solo quando il buio si riprende la piazza
ci ritroviamo ad affrontare il copione che abbiamo recitato.
Se ci unissimo un poco di vergogna,
sarebbe stata una recita quasi perfetta.
Non aspettiamoci giorni migliori,
ma giorni in cui avere il coraggio di ridere di noi stessi.
La nostra missione non è altrove,
è svolgere qui il tema della vita,
un’equazione complessa che si risolve solo restando autentici.
Un abbraccio a chi, con me, continua a farne parte.
©
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Antonietta Angela Bianco
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