L’architetto muto
Antonietta Angela Bianco
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Siamo fili di seta in un telaio
che muove mani cieche nel profondo.
Il destino è un oceano di mercurio,
appare fermo, eppure ci consuma
come la ruggine mangia il ferro vecchio.
Non è un verdetto letto a voce alta,
ma il solco della ruota sulla polvere
che preesiste al passo del viandante.
Noi siamo come navi senza bussola
che credon di fuggire dalla riva,
mentre la corrente, scaltra e silenziosa,
ci riconduce al punto di partenza.
Il caso è solo un nome che diamo
alle leggi che non sappiamo leggere,
un’equazione scritta sulle nubi
con l’inchiostro invisibile del tempo.
È un ragno d’oro in cima alla colonna,
che tesse il labirinto del domani
mentre noi camminiamo a testa bassa.
Non serve urlare al cielo la rivolta,
né mendicare un attimo di tregua,
siamo la freccia e, insieme, il bersaglio,
nel gioco eterno di chi non ha volto.
Il destino ci guarda e non sorride.
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