Il grido di Hannora
Ausilia Giordano
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Vorrei chiamarmi Hannora,
color cioccolato la mia pelle,
sorriso gaio, birichino
e due occhi brillanti come stelle.
Infuria irruente la tempesta
nella vita di mia madre e nella sua mente
e vige nel mio cuore la tormenta
giacché la mia esistenza
in germoglio a lei in seno, non è una festa.
Con impeto e brutal furore
sono stata qui impiantata,
né l'accento di una carezza o di un sorriso,
né un flebile o caldo gesto d'amore
mi hanno accompagnata.
Sedici anni, Marlene dolce madre mia,
sfuggire non poté a quella avversa sorte,
nessuna carità fu per lei impiegata
quando il potere del terrore
penar la faceva e gridare forte.
Sul filo del rasoio scorre a rischio la mia vita
e mi si gelano la mente e il cuore
nell'udir tremante la sua voce.
Ogni dì e in ciascun istante martire sarà,
per dare a me la vita un ricordo si rinnoverà
che per lei sarà una cruenta croce.
L'incalzar forte dell'angoscia,
l'indolenza dell'orrore
e l'inclemenza dell'oltraggio
struggenti più che morte,
la privano del senso della vita.
...E se non ha più valore
per mia madre l'esistenza,
anche per me che l'amo e gemo
sarà allor finita.
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L'autore
Ausilia Giordano
Commenti (1)
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Daniela Iozzo1 febbraio 2009
Una poesia stupenda e toccante. Un dolore terribile che fa nacere un amore, perché un figlio è sempre un amore e per amor di quell'amore la ferita sarà sempre aperta. Sanguinerà ogni volta che gli occhi della madre si poseranno sul figlio.

