Mia madre
Mia madre moriva. Per un caso della vita, io e lei eravamo sole, imbracate in zona rossa con mezzi di sollevamento. Strana la vita, ero sempre fuggita da chi moriva, non volevo vederne il volto. E adesso giacevo con lei giorno e notte seguendone il respiro. Stringevo la mia mano tra la sua. Fuori dei ragazzi cantavano. Il sole era tramontato. Dentro c’era la penombra. Tanto silenzio. Tanta pace. Lei aveva gli occhi chiusi. Sapeva che c’ero. Era l’ultima sera con lei. Lo sapevo. Forse lo sapeva anche lei. Quella musica faceva da ritornelload una giostra di vita che stentava a fermarsi. Dormii qualche ora così, con la mano tra le sue. Non c’era disperazione, ma pace. Mai un momento mi sono sentita crollare. Affrontai quel momento con una consapevolezza e forza che non conoscevo. L’indomani verso mezzogiorno se n’ è andata. Era il 16 Agosto. Ero ai suoi piedi, le stavo cambiando le calze. Si fermò di ansimare, alzò il capo, col volto consapevole, lucido, mi ha guardata. Ci siamo guardate, fisse, senza dire niente, ha girato il capo ed ha chiuso gli occhi. Ma quello sguardo mi ha colpito. In quello sguardo ho colto il mistero della morte. Mi ha salutata. Era serena. Aveva forse trovata la strada dove andare. Mi ha rassicurata. Meno male che c’ero, se non ci fossi stata! P.S. Quello che ancora porto dentro e non riesco a spiegarmi, ma accogliere con amore e conservare nelle mie cellule, con la forza e il vigore che solo le grandi emozioni sanno darti: il suo saluto finale. Era come abbandonata, ma per un attimo ha ritrovato il suo sguardo, ha alzato la testa e mi ha guardata. Era come se fosse giunta alla fine del suo percorso e mi avesse salutata, quasi rassicurata: Stai tranquilla, sto andando. Ma mi comunicava empaticamente, che aveva trovato la strada, una strada di luce.
Commenti (0)
Ancora nessun commento su questo racconto. Se ti va, scrivi il primo!