Fine fragile

La vidi sedersi in lontananza.
Una panchina con vista sulle onde.
Aveva mani tristi
nel peso del suo corpo.
Pareva non accorgersi del sole
e forse nemmeno della terra.
Il mare cantava.
Era piegata in sè,
riversa nel vuoto.
attendeva, come un orologio fermo,
lancette bloccate, in un tramonto.
La chiamai,
tardi.
Le gambe galleggiavano ormai nella sua scelta.
L’anima sprofondava furiosa
nel pendio della sua buia esistenza
e avrebbe preso nuova direzione,
prima onorando
il debito dell’orrore compiuto,
poi riscuotendo finalmente l’amore
di una vita in disparte.
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