Il Custode della Stirpe
Marcella Usai
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Scende un’anima sola, designata al confine
tra le crepe del tempo e le storie senza fine.
Porta il peso di un sangue
che ripete il suo canto
un ordito antico di rabbia e di pianto.
La chiamano cura, la chiamano taglio
venuta a farsi scudo del vecchio abbaglio.
Ma il veleno dei padri è una nebbia sottile
che s’insidia nell’ego, nel pensiero febbrile.
E mentre lo sguardo condanna l’errore
credendosi specchio di un mondo migliore
il dito puntato, che giudica e fende,
diventa il legame che ancora ci appende.
Non sputare nel cielo, sussurra la terra
ciò che scagli nel buio ti dichiara la guerra.
Ché la cellula muta, e il corpo si ammala
se la frequenza dell’odio non cala
non è il gene che scrive il destino finale
ma il continuum eterno del bene e del male
quel filo quantico, invisibile e denso
che ripete lo schema se manca il consenso.
Se ti allontani col passo ma il cuore è pesante
rimani prigioniero dello stesso istante
la ferita si cura soltanto accogliendo
il limite altrui, mentre il tuo sta svanendo.
Solo l’amore che guarda e non chiede riscatto
spezza la linea, dissolve quel patto.
Nessun giudizio, nessuna condanna
la luce che sana è la stessa che abbraccia
e l’ombra di ieri, daccapo, cancella ogni traccia.
©
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L'autore
Marcella Usai
Dalla mia penna scaturisce una miriade di emozioni; il dolore, la gioia, la speranza. Quando esprimo i miei pensieri sento di essere in armonia con l’universo. Lascio scorrere i rivoli dell’anima sino ad infrangersi in mille goccioline su argentei ciottoli.
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