Il riverbero che cede
Marcella Usai
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Sotto il riverbero che infine
cede le sue giunture,
la notte mi stende
in un battito d’ombra solenne,
un asilo di fili d’erba
e di attese trattenute
dove la terra disfa
l’armatura del suo peso.
Dall’intimo del prato raso
affiora un ricamo minerale,
un’algebra di grilli
che leviga la spina del silenzio
e riapre i cassetti segreti della memoria.
È una filigrana di spilli d’aria,
un’eco di stanze vuote
che incide i vetri e cuce
la penombra ai miei margini
più in là, la marina
è una darsena di mercurio,
un’acqua assorta che beve i fari dei moli
senza lasciarne traccia in superficie.
Eppure, sulla fessura
dove il sonno tende le sue reti,
il tempo dimentica
per un attimo i suoi ingranaggi.
Non è il miraggio di una tregua duratura,
ma un fulgore improvviso,
uno stupore verticale,
un incendio d’ambra
che mi dilata il petto e dilaga
come un’alta marea di sale e di grazia
sulla pietra arida e trasparente dell’anima.
I vecchi pensieri si sfaldano,
polvere di stelle su una tela buia,
mentre il respiro monotono della terra
resta l’unico spartito
a cui affidare la speranza,
l’unico pendolo
rimasto a misurare l’infinito.
©
Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
L'autore
Marcella Usai
Dalla mia penna scaturisce una miriade di emozioni; il dolore, la gioia, la speranza. Quando esprimo i miei pensieri sento di essere in armonia con l’universo. Lascio scorrere i rivoli dell’anima sino ad infrangersi in mille goccioline su argentei ciottoli.
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