Orizzonti di vele

Come ha fatto a seccare la mimosa pudica
che chiudeva le sue verdi foglie
quando l’accarezzavi?
E fioriva polloni di zucchero filato color lilla
come fiori di capperi salmastri, sugli scogli,
che distillano dal mare la rugiada.
Cosa hai detto di così salato d’aver
seccato nella notte un timido cuore,
che affiora, su un tabernacolo di spine, là
dove erano verdi smeraldi che chiudevano nelle foglie
con la stessa commozione diffusa nel petto,
ogni volta che ti alzavi dal mio letto
per ascoltare, nell’ombra della luna,
il mio corpo frusciare sull’erba,
una melodia di zagare amare.
Non saprei descrivere la confusione
che versava allora nel mio cielo.
Avevo attraversato deserti,
inghiottito scorpioni tra le dune,
seppellito i compagni caduti
tra i cactus, e altre croci di cenere,
issate, per ricordare una “colonna infame”
che cerca sulle lische riarse dal vento
una speranza di favola inerte:
con i nomi scolpiti negli scudi,
di terre insanguinate, guerre
di religioni contro, e fumo denso di seppia,
dove brucia nei pozzi, il diritto di vita e di morte.
Ho scolpito nomi con una conchiglia scheggiata
sul morbido tronco dell’eucalipto,
ed ho versato lacrime di sale sulle sue radici,
per conservare il ricordo d’amaro che m’assale
ogni volta che odo il mare mugghiare sulle coste,
che riporta, sulle onde,
le voci di ognuno che ho perso.
La luce dell’aurora, ricama le ombre
di gente che vacilla insonne,
appena scampata da un naufragio di sangue.
Rimangono intanto, ad asciugare sul molo le nasse:
mille finestre romboidali, che guardano, sommesse,
un orizzonte di vele risalire verso nord,
per doppiare il capo Spartivento.
©
Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
Commenti (0)
Accedi per lasciare un commento.Accedi
Ancora nessun commento. Scrivi il primo!