Un po' d'invidia c'è

Tutti dovemo da passa’ li guai
in questo monno boia e traditore:
o... pe’ li sordi che nun vedi mai
o... tra parenti quarche dissapore,
li fiji a baccaja’ e tu nun sai
se vanno a sniffa’ o a fa l’amore,
mentre nun dormi e cor pensiero vai
a fa la fila a l’ASL e dar dottore.
Quanno me trovo in giro ar cimitero
e lapidi co’ foto e faccia scura
vedo de quelli che se so’ ‘mbarcati,
drento de me... te dico e so’ sincero:
dell’urtimo travajo c’ho paura!
ma un po’ l’invidio... ormai se so’ spicciati.
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Commenti (3)
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Alberto De Matteis1 novembre 2014
Un sonetto ben costruito, in cui si notano le preoccupazioni che si hanno durante la vita per i tanti inconvenienti e le tante difficoltà e poi... quella paura, del tutto naturale, dell'ultimo travaglio. Ma la fede può aiutare molto.
A
Antonio Terracciano11 novembre 2014
Leggo in ritardo questo perfetto sonetto dialettale, scritto in modo alquanto accattivante nonostante l'argomento trattato. Certo, se riflettiamo un po', i morti sono fortunati perché, come suol dirsi, hanno finito di soffrire, e perché sono entrati in una "vita" eterna. Cosa sono i pochi anni di vita terrena di fronte all'eternità? E se fosse quella la nostra vera dimensione?
Umberto De Vita11 dicembre 2014
Pochi poeti scrivono dei sonetti così efficaci, la moda dei versi sciolti li ha dimenticati. L'ho molta apprezzata.

