Ab imis, cupole inquiete
Eppure è qui che si arriva
in alto più degli uccelli
voci d'aria e vapori di gigli
levità da solchi d'addio.
Universo d'orrori, scarlatto
disumana ubiquità che è nostro altare
estingui orizzonti di legno e sgomento
ab imis da cupole inquiete per radici di grazia.
Così noi, ritorni di luce che già eravamo
prima d'essere distanze
ma io, nel dire di voli,
non volevo salire in alto più degli uccelli. Io.
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Commenti (3)
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rosanna gazzaniga22 luglio 2016
Nessuno voleva volare così oltre il volo degli uccelli, eppure sono così numerosi coloro che l'hanno fatto per una oscura volontà di "disumana ubiquità"...non c'è spazio terreno che può scampare alla becera volontà di terrore e di avidità! Immensa poesia!
Daniela Zarriello24 luglio 2016
Sottile, volatile e preziosa poesia, nella sua leggerezza e grazia, porta l'anima a scrutare prima le profondità del suo cuore e poi a spiccare il giusto volo con sapienza e rispetto per ciò che é l'altro.
Paola Paolina Segatto2 ottobre 2016
Sempre più in alto si può salire sempre basta volerlo. ...E noi che eravamo Luce ed i voli degli uccelli... gentilezza nei versi. Voci d'aria e vapori di gigli; bellissimo accostamento. Poesia veramente piaciuta. Elogio all'autrice.


