Nel mezzo surreale
E mi ricordo tanto tempo fa era l’infanzia,
semplice e genuino connubio
di giochi e sfrontatezza,
supremo benessere in spensieratezza.
Nell’incipiente crescita del corpo
di cui a malapena ti accorgevi,
eri intento a carpire solo giochi, velleità e piaceri,
condivisioni e scoperte assenti dai doveri.
Seguiva, poi, quel tempo di transizione
quando con tutti era guerra con abnegazione,
alla sola ricerca di te stesso,
alla scoperta del trasgressivo e del diverso.
Passa e passa in fretta quella fase della vita
quando d’un tratto ti riscopri a cercar come calamita
una famiglia solo tua e non più giochi,
certezze e desideri di vezzi antichi.
E così, un giorno allo specchio ti sorprendono le rughe,
a sottolinear prepotenti quel “dettaglio” tra le righe
di una vita ormai nel mezzo che sembra non appartenerti,
in un corpo che può somigliarti ma giammai piacerti.
Lo giudichi a lungo e diffidente,
lo percepisci come un tradimento con la mente,
colpevole di un tempo trascorso e consumato
in un luogo e in un fare lontano del passato.
Ma se lo scruti più attentamente,
se inneggi soave alla vita e al suo presente,
non ti appare più un involucro corporeo
ma come somigliante ad un complesso arboreo
che parla di te in ogni ramo
e sul viso solca tracce musicali di un brano.
Dire mezzo secolo di vita suona male,
meglio pensare ad una nuova fase embrionale
col vantaggio immenso e inaspettato,
in un corpo che dalle rughe è stato traversato,
di aver di te già nel tempo tanto raccontato.
©
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Ogni età ha un suo fascino diverso e particolare. (Antonio Terracciano)
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